| PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA "C" |
DEUTERONOMIO 26, 4-10
MEDITAZIONE
Questo passo ricorda la chiamata dell'"arameo errante"
(che alcuni considerano Abramo e altri Giacobbe-Israele), la salvezza
dalla schiavitù d'Egitto, il cammino attraverso il deserto
e l'eventuale entrata nella terra promessa. L'offerta, portata nel
rito annuale delle primizie, ricordava questo triplice dono di Dio:
la chiamata, la liberazione e il dono della terra promessa. L'offerta
dei primi frutti aveva come scopo di mantenere vivo il senso di
riconoscenza e di gratitudine per quanto Dio aveva operato nella
vita del popolo. Il riferimento alla "terra" è
quello dominante, e vi si allude in ognuno dei primi tre versetti
che iniziano questo capitolo. Si tratta di una terra fertile ma
nella quale il popolo non è ancora entrato (v. l).
Non si parla di Dio in modo astratto, ma del suo agire a favore
del suo popolo e in risposta ad un grido innalzato da cuori affranti.
Questo passo ricorda le parole del salmista: "il Signore è
vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti"
(Salmo 33, 19). Solo quando l'oppressione stimolò il senso
dell'impotenza totale, e il grido del popolo, Dio intervenne. Così
anche nella vita. Quando tu ti rendi conto del bisogno di salvezza,
quando ti rendi conto che questa non può avvenire con le
tue forze, quando sei totalmente impotente e riconosci la tua impotenza
e scegli di dipendere da Dio, allora egli interviene a tuo favore
come fece allora.
In una situazione simile, la preghiera diventa un
atto di fede, perché rivela che la persona crede all'esistenza
di Dio, alla sua sovranità, alla sua onnipotenza, al suo
desiderio di avvicinarsi all'uomo per stabilire un rapporto di amore
con lui; crede che Dio vuole il suo bene, la sua salvezza. Queste
aspettative non saranno mai deluse: "non c'è delusione
per coloro che in te confidano" (Daniele 3, 40).
Le situazioni di oppressione non sono volute dal
Signore ma, a volte, sono create da noi perché, mentre diciamo
con le parole o con i pensieri: "fai tu", in realtà
facciamo noi senza riferimento a Dio; facciamo di testa nostra.
A volte non vogliamo ubbidire all'esortazione della Parola di Dio:
"non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete
a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti"
(Fillippesi 4, 6). Perciò alcuni arrivano alla situazione
di disperazione, come il popolo d'Israele in questo passo, e non
conoscono la potenza di Dio nella loro vita.
È il tuo caso? Fino a che punto sei disposto
a sopportare la sofferenza solo con le tue forze? Quando comincerai
a dipendere completamente da Dio "gettando in lui ogni vostra
preoccupazione" (1 Pietro 5, 7)? È forse perché
ancora manca la fede che "egli ha cura di voi" (1 Pietro
5, 7)? Era solo quando la sofferenza del popolo d'Israele si trasformò
in un grido di dipendenza e di fede nell'onnipotenza di Dio che
egli stese sua mano potente. Non tardare, dunque, a conoscere la
potenza di Dio nella tua vita, anche tu riconoscerai che la "mano
potente e braccio teso" di Dio sono entrati nella tua vita.
Una volta riconosciuta la sua potenza, la gratitudine e la fede
saranno stimolate e l'esperienza ti insegnerà come lasciarti
guidare senza mai più arrivare a questi punti.
L'"io" è duro a morire, ma questo
è l'ostacolo maggiore alla potenza di Dio nella vita del
cristiano. Spesso si pone fede nell"'io", in sé
stessi, anziché in Dio. Se questo è il tuo caso, allora
questa è la direzione della tua conversione durante questo
periodo.
Dio ti ha liberato, ti ha guidato verso la terra
promessa, che non è un pezzo di territorio, ma il regno di
Dio. Già sei stato trasferito in questo regno: "è
lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha
trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Colossesi 1,
13). Ora egli vuole che tu, come gli Israeliti, gli offra il cesto
colmo delle primizie di questo regno: "giustizia, pace, gioia
nello Spirito" (Romani 14, 17); le primizie o frutto dello
Spirito sono: "amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Galati 5, 22).
Questo può avvenire solo quando il dominio
dell'"io" cede il posto al dominio di Dio, l'unico Signore
legittimo. Questa quaresima il cesto che deporrai sull'altare del
Signore sarà vuoto, riempito solo a metà o pieno delle
primizie di questo regno? Ce ne sarà a sufficienza per te
stesso e anche per coloro che ti stanno attorno, come il contenuto
del cesto del ragazzo, che per opera di Cristo, ha sfamato la moltitudine
e ne è avanzato abbastanza per riempire altri dodici cesti
(Matteo 12, 20)?
Gli Israeliti antichi, per poter raccogliere i frutti
della terra promessa, dovevano dimenticare quelli d'Egitto: "ci
ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei
cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell'aglio"
(Numeri 11, 5). Finché sentivano nostalgia di questi non
potevano avanzare diritto verso la terra promessa, perché
avevano il cuore diviso, il che significa mancanza di fede nelle
promesse di Dio.
Se tu hai il cuore diviso, se il tuo cuore non è
pienamente fissato sulla realizzazione delle promesse di Dio per
te, difficilmente le potrai sperimentare nella tua vita. Se non
abbandoni definitivamente i frutti dello spirito del mondo come
gli Israeliti lo spirito dell'Egitto, pur essendo del popolo di
Dio, passerai anche tu 40 anni errando nel deserto per imparare
la lezione. Senza uscire dall'Egitto, che rappresenta lo spirito
di questo mondo, non raccoglierai le primizie del regno: "non
amate né il mondo, né le cose di questo mondo! Se
uno ama il mondo l'amore del Padre non è in lui" (1
Giovanni 2, 15).
Ci voleva relativamente poco tempo per liberare gli
Israeliti dall'Egitto, ma ci volevano 40 anni per fare uscire l'Egitto
dalla loro mente, dal loro cuore, dai loro desideri. Chiunque dà
un'occhiata alla carta geografica può facilmente capire che
non ci vogliono 40 anni per attraversare questo deserto. Ma il popolo
non poteva entrare nella terra promessa senza passare attraverso
delle prove che avevano come scopo quello di insegnare loro di dipendere
completamente da Dio, di riconoscere la sua sovranità nella
loro vita, la sua guida, la sua fedeltà alle promesse fatte,
a imparare che "tutto concorre al bene di coloro che amano
Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno" (Romani
8, 28), e ad imparare l'obbedienza.
Hanno subito la fame nel deserto per fare capire
che "l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di
quanto esce dalla bocca del Signore" (Deuteronomio 8, 3); per
capire che esiste una dimensione nella vita dell'uomo che non può
essere soddisfatta da oggetti materiali, che non può essere
soddisfatto dallo spirito del mondo. "Non vi contaminate con
gl'idoli d'Egitto: sono io il vostro Dio" (Ezechiele 40, 7).
L'alleanza nuova, come anche quella vecchia, esige di amare Dio
con tutto il cuore. Esige un ritorno al Signore e perciò
una reale conversione, non tanto atti esterni di penitenza che possono
essere anche comodi perché ci permettono di evitare di smascherare
la signoria dell' "io" per sostituirla con quella di Dio.
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