| TERZA DOMENICA DI AVVENTO "C" |
FILIPPESI 4, 4-7
MEDITAZIONE
Nella Parola di Dio siamo spesso esortati a non lasciarci prendere
dall'ansia. L'ansia ci priva delle risorse di Dio perché è
una mancanza di fede. Cristo disse "per la vostra vita non affannatevi
... se Dio veste così l'erba del campo che oggi c'è e
domani verrà gettata nel forno, non farà assai più
per voi! gente di poca fede ... ? Di tutte queste cose si preoccupano
i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate
prima il regno di Dio.... Non affannatevi dunque per il domani! perché
il domani avrà già le sue inquietudini'' (Matt. 6, 25-36).
Gesù ha anche rimproverato Marta per essersi troppo affaccendata.
Maria era seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare "la sua parola"!
mentre Marta "era tutta presa dai molti servizi". Quando Marta
si lamentava presso Gesù egli le rispose "tu ti preoccupi
e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui v'è
bisogno. Maria si e scelta la parte migliore, che non le sarà
tolta" (Matt. 10, 39-42). Marta fece molte cose e le fece per Gesù!
ma egli le disse che una sola cosa era necessaria. Anche noi siamo alle
prese con molte cose e Gesù sta dicendo a ciascuno "una
sola è la cosa di cui c'è bisogno". Qual è
quell'unica cosa necessaria? Cristo stesso. Maria l'aveva scelto e noi?
Non possiamo essere troppo affaccendati tanto da essere colti di sorpresa
dalla venuta del Signore. Troppe cose rubano spazio al Signore e l'ansia
è tra le principali. È cosa strana ma alcuni non vogliono
smettere di essere ansiosi. Se lo sono per gli altri, lo ritengono manifestazione
del loro amore, della sincerità del loro interessamento. L'ansia
è sempre negativa sia dal punto di vista umana che dal punto
di vista spirituale "non angustiatevi per nulla" (v. 6). Il
motivo per cui non dobbiamo angustiarci è che "il Signore
è vicino". La sua venuta liturgicamente è vicina.
La presenza del Signore in noi è già realtà se
l'abbiamo accolto e se ci siamo affidati a lui. Non dobbiamo angustiarci
perché ci pensa lui che è nostro Salvatore. Per attingere
alla liberazione (alla salvezza) dall'ansia occorre affidare le nostre
richieste in preghiera e con fede (v. 6). La preghiera è efficace
quando
1) È fatta da una persona giusta (a posto con Dio), cioè
retta: "Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza"
(Giac. 5, 16) (leggere anche Giov. 15, 7; 1 Giov. 21, 22). Nulla di
ciò che abbiamo come cristiani è separabile dalla santità,
perché nulla è separabile dallo Spirito Santo di Cristo
in noi.
2) È fatta con fede (eggere Matt. 17, 20). In questo brano
vediamo che la poca fede ha bloccato l'operato dei discepoli. Una preghiera
fatta con fede significa sapere di avere già ottenuto ciò
che chiediamo: "tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate
fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato" (Marco 11,
24). Un esempio molto interessante di questo e la preghiera di Saulo
(Paolo). Prima che avesse finito di pregare il Signore esaudì
la sua richiesta: "Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania
e il Signore in una visione gli disse: 'Anania!' Rispose: 'Eccomi! Signore!'
E il Signore a lui: ' Su, va' sulla strada chiamata diritta e cerca
nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo di Tarso: ecco sta pregando,
e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le
mani perché recuperi la vista"' (Atti 9, 10-12 ).
Lo stesso viene ribadito da Giovanni che pone in evidenza un'altra
caratteristica della preghiera efficace: essere in conformità
con la volontà di Dio: "Questa è la fiducia che abbiamo
in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà,
egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo,
sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto" (1
Giov. 5, 14 )
3) Ha origine non in noi, ma nello Spirito Santo in noi. Spesso l'origine
della nostra preghiera siamo noi. A volte le preghiere nascono dal nostro
"io" o dalle nostre circostanze. Solo lo Spirito Santo conosce
la volontà di Dio per noi: Rom. (8, 26; Giov. 14, 26: Efes. 6,
8; Giuda 20. Ne consegue dunque la necessità di ascoltarlo attentamente.
Se la nostra preghiera contiene queste caratteristiche descritte dalle
Scritture la pace del Signore entra in noi perché entra la certezza
che egli già sta rispondendo. Da questo scaturisce non solo la
pace ma anche la capacita di lasciare che l'ansia venga soppiantata
dalla gioia, la gioia "nel Signore".
La vita di uno che cammina alla presenza del Signore è per
forzza una vita di gioia, nonostante le tribolazioni. Gesù era
un uomo gioioso. Il Padre descrivendo il Figlio disse "hai amato
la giustizia e odiato l'iniquità, perciò ti unse Dio,
i1 tuo Dio, con olio di esultanza più dei tuoi compagni"
(Ebrei 1, 9). La gioia è contagiosa e se vogliamo essere contagiati
da quella di Cristo dobbiamo rimanere in sua compagnia. Rimanere alla
presenza di Dio è la fonte della vera gioia. La Parola di Dio
non stanca di ripetere questa verità ad esempio: "Mi indicherai
il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza
fine alla tua destra" (salmo 15, 11).
La gioia cristiana è il risultato o frutto della presenza nello
Spirito santo in noi e la possiamo godere solo nella misura in cui viviamo
nello Spirito, nella misura in cui camminiamo nello Spirito del Signore
e nella misura in cui ci lasciamo guidare da lui. Esiste un rapporto
molto stretto tra la gioia cristiana e la giustizia o vita retta. Paolo,
infatti non ci esorta a rallegrarci sempre ma a rallegrarci sempre nel
Signore . La differenza è notevole. Non si tratta di una gioia
umana derivante dalle circostanze, da situazioni esterne, è 1a
gioia che deriva dallo Spirito che non è soggetto a cose esterne,
ma è costante e godibile anche in momenti di prova. Paulo quando
esortò i Filippesi a rallegrarsi era in un carcere romano, nelle
catene (Fil. 1, 14, 18) in attesa del giudizio per avere predicato il
vangelo. C'era il rischio di essere condannato a morte (1, 20, 1). Questa
lettera scritta dal carcere si potrebbe definire la lettera della gioia.
La gioia è il tessuto del contenuto della lettera. Se ci deve
essere vera gioia è solo nel Signore e nella compagnia di altri
credenti anch'essi "nel Signore", ciascuno mettendo in comune
la propria gioia che deriva dalla medesima fonte per creare una massa,
una fortezza di gioia incrollabile e contagiosa. Se molti cristiani
non la sentono è perché non camminano alla presenza di
Dio con costanza o nella comunione con altri cristiani maturi. Sono
solitari. La lettera è stata scritta a tutti i santi, alla comunità
intera; la gioia di uno può compensare la tristezza di un altro,
può aiutare a superare l'ansia. Una vera comunità cristiana
in cui scorre la gioia dello Spirito Santo di Cristo in ciascun membro
ha grande valore terapeutico: attraverso la comunità la gioia
dello Spirito Santo guarisce. Ci guarisce dalle nostre preoccupazioni,
dalle nostre ansie, dal nostro scoraggiamento. Siamo tutti templi dello
Spirito ciascuno una pietra dell'edificio; se ne manca una l'edificio
è instabile e pericolante. La comunità ha bisogno della
tua gioia nel Signore come anche tu hai bisogno della gioia della comunità
cristiana è solo così che si costruisce il regno di Dio
di cui la gioia è caratteristica fondamentale.
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