| QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA "C" |
ISAIA 43, 16-21
MEDITAZIONE
Questo passo riassume gli avvenimenti riguardanti la liberazione del
popolo d'Israele ed esprime una lezione per il popolo durante il suo
esilio in Babilonia. Di nuovo Dio viene presentato come un Dio che
agisce a favore del suo popolo e il richiamo di ciò che ha
fatto nel passato ha come scopo quello di rassicurarlo. Dio richiama
la liberazione dall'Egitto e come rese possibile la traversata del
Mar Rosso. In quel momento gli Israeliti si trovarono davanti a due
ostacoli umanamente insuperabili: l'avanzata dell'esercito potente
degli Egiziani, ostacolo umano, e il mare che bloccava la strada agli
Israeliti, ostacolo imposto dalla natura. Si trovarono tra il mare
e l'esercito. Era un momento di sconfitta apparentemente sicura e
inevitabile. Avevano la scelta di morire nel mare nel tentativo di
attraversarlo per sfuggire all'esercito o morire stroncati dall'esercito
egiziano. Era la fine di un sogno, quella della liberazione. Dovevano
essere inghiottiti dal mare o massacrati dagli Egiziani; non c'era
via d'uscita. Le acque erano "possenti" (v. 16), l'esercito
era potente, ma Dio si rivelò più potente ancora. Come
sempre, Dio intervenne per trarre in salvo il popolo che si era scelto.
La liberazione non era un sogno, ma una realtà: Dio divise
le acque per permettere al popolo indifeso di attraversarle e così
salvarlo dal nemico. Ed era il signore che le chiuse di nuovo per
annientare il nemico.
Il nemico potente, l'esercito egiziano, giacque morto, ridotto all'impotenza
totale, mai più si sarebbe rialzato. Così anche Satana
insegue il popolo di Dio attraverso i suoi strumenti che non danno
tregua: lo spirito del mondo, la persecuzione, la sofferenza, le prove.
Ma il popolo di Dio continua il suo cammino sotto la guida di Dio
ed egli apre un passaggio in mezzo a queste minacce: "Non temere,
perché io, ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi
appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i
fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non
ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché
io sono il signore tuo Dio ... il tuo Salvatore. ... Perché
tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e
io ti amo ... Non temere perché io sono con te" (Isaia
43, 1-5). La nostra pasqua, o passaggio, è la pasqua del Signore:
il suo passaggio dalla morte alla vita, egli comunica la sua vita
da Risorto a noi per mezzo del suo Spirito. Il giorno della liberazione
è vicino, Dio "offrì" una strada; Dio anche
oggi offre una strada all'uomo. È un'offerta, non una cosa
imposta; ogni uomo deve accettare questa strada e camminarci, oppure
essere travolto dalle forze del male. Questa strada è Cristo:
"Io sono la via ... nessuno viene al Padre se non per mezzo di
me" (Giovanni 14, 6). È soltanto per mezzo suo che si
può arrivare al Padre, egli è l'apertura in mezzo a
difficoltà umanamente insormontabili.
Per chi accetta questa via, questa apertura, la schiavitù
d'Egitto appartiene al passato e inizia una vita nuova. L'oppressione
delle forze del male sono terminate per chi è stato riscattato,
comprato a caro prezzo (1 Corinti 6, 20); egli è passato da
una gestione all'altra (Atti 26, 18)
Le forze del male e gli ostacoli erano e sono tuttora potenti, ma
le acque si divisero, l'esercito fu sconfitto dall'azione potente
di Dio. Dio si rivela nella sua potenza quando noi siamo nell'impotenza
per farcì capire che egli, e non noi, ha il controllo. La sua
forza supera quella dei mari, quello dei carri e dei cavalli, supera
quello di tutti gli eroi del faraone, supera gli eserciti, e tutte
queste forze prese insieme. Il vero cristiano ha tutta l'onnipotenza
di Dio a sua disposizione: "Colui che è in voi è
più forte di colui che è nel mondo" (1 Giovanni
4, 4).
La nostra liberazione è già avvenuta, e non dovrebbe
più preoccuparci: l'oppressione è già alle spalle,
ma quanti non riescono o non vogliono dimenticare il passato, le difficoltà,
le offese, le situazioni difficili, le prove di cui erano schiavi.
Aggrapparsi ancora al ricordo di queste cose ci priva della gioia
delle cose nuove che ci stanno davanti, bloccano il nostro cammino
verso il Signore.
Per stimolare la fede e la speranza nel popolo si fa appello all'azione
passata di Dio. Il passato diventa garanzia del futuro: "il Signore
... offrì una strada" e il Signore, che è fedele,
ne aprirà un'altra nel deserto: "Aprirò anche nel
deserto una strada". È verso la realizzazione della promessa
futura che dobbiamo guardare, le cose vecchie sono finite. Sorprende
il fatto che il popolo non se ne accorga: "non ve ne accorgete"
(v. 19). E noi ci accorgiamo della novità di cui siamo protagonisti?
Anche per noi è venuto il momento di lasciare le cose vecchie,
i ricordi che forse ancora ci provocano dolore e dispiaceri, il senso
di colpa per il passato. Non ricordiamo né desideriamo più
il peccato che ci opprimeva, non ricordiamo più di avere pascolato
i porci, come il figlio prodigo, lontano dal Padre. Chiediamo al Signore
la guarigione da questi ricordi che vengano sconfitti come gli eserciti
del faraone, impariamo ora a guardarci come Dio ci guarda - in Cristo.
L'invito a non ricordare più è ripetuto per enfatizzarne
la necessità di svuotarci di tutto ciò che appartiene
al passato, di tutto ciò che è negativo per poter essere
riempito dalla speranza, dal pensiero di cose nuove. Come l'atleta
che guarda verso il traguardo, anche noi "deposte tutto ciò
che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza
nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore
della fede" (Ebrei 12, 1).
Forse qualcuno deve pentirsi di questo guardare continuamente indietro
che blocca la potenza di Dio nella sua vita e deve convertirsi alle
cose nuove. Pentirsi della tristezza, pentirsi dei ricordi negativi,
pentirsi del guardare le circostanze e convertirsi alla vita nuova
che sta germogliando in lui, alla gioia che gli è posta innanzi
(Ebrei 1, 2), alla speranza. Guardando la natura non ci accorgiamo
della vita nuova che sta nascendo? Dimentichiamo il gelo dell'inverno
ormai passato; guardiamo Cristo, e vedremo la sua vita germogliare
in noi, e il gelo della vita vecchia sciogliersi gradualmente. Se
siamo troppo presi dal pensiero dell'inverno ormai passato, come possiamo
accorgerci dei boccioli primaverili che indicano che l'albero non
è sterile, ma sta nascendo a vita nuova? E allora possiamo
anche noi glorificare il Signore come "le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi" (v. 20). Anche noi diventeremo una cosa
sola con tutta la natura per glorificare colui che ci ha resi creature
nuove. Allora saremo una testimonianza viva di essere del popolo di
Dio, di essere stato plasmato da lui.
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