| QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA "C" |
LUCA 15, 1-3, 11-32
MEDITAZIONE
C'è un gruppo di persone che si stringe attorno a Cristo e
che lo ascolta volentieri: i pubblicano e i peccatori. Un'altro gruppo
composto dei farisei e degli scribi (i capi religiosi) mantengono
le distanze e mormorano. Era del tutto logico che Gesù si trovasse
insieme ai peccatori, perché era venuto appunto per loro: "il
Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò
che era perduto" (Luca 19, 10). Prima Gesù parlò
del pastore che lascia le novantanove pecore per ritrovare quella
perduta (Luca 15, 4-7); dopo egli racconta la parabola della donna
che perde la moneta e "spazza la casa e cerca attentamente per
ritrovarla" (Luca 15, 8-10). Ora abbiamo la parabola del padre
che attende il ritorno del figlio. In queste tre parabole sono menzionate
le tre condizioni dell'uomo: perduto, ricercato, e infine, ritrovato.
Il primo passo sulla via del peccato è l'affermazione della
propria indipendenza: "Padre dammi la parte del patrimonio che
mi spetta" (v. 12). Il giovane vuole fuggire da qualunque limite
posto alla realizzazione della propria volontà, così
anche nella vita dell'uomo in genere. Egli vuole affermare la propria
indipendenza rispetto al Padre e questo è sempre l'inizio di
una degenerazione umana più radicale.
Se il figlio giovane della parabole avesse potuto immaginare la
condizione nella quale si sarebbe trovato, non si sarebbe certamente
allontanato da casa. È animato dagli stessi sentimenti che
animano molti anche oggi. È l'immagine dell'uomo che afferma
la propria indipendenza rispetto a Dio, che si rifiuta di sottomettersi
a lui e che vuole sfuggire al suo controllo, e alle sue leggi.
Mettendo al primo posto la propria volontà il figlio prodigo
rivela l'incapacità di pensare al proprio futuro e di prevedere
le conseguenze delle sue azioni, proprio come colui che è lontano
dal Signore e non pensa alle conseguenze future del suo stile di vita.
Egli mette da parte ogni pensiero sull'eternità e così
perde ogni senso di prospettiva, s'illude di sapere meglio di Dio
stesso ciò che è nei suoi interessi. Chiunque decida
di mettersi contro la bontà onnipotente ed infinita di Dio
è alle prese con una pura follia: ha perso la ragione. È
uno schiavo che afferma di essere libero; è un grande illuso.
Il peccato rende schiavi, distrugge la razionalità dell'uomo,
la sua personalità, la sua dignità, e lo priva della
vera libertà.
A casa sua c'era un'abbondanza di tutto, e una grande ricchezza,
ma l'affermazione di sé spinge il giovane verso l'indigenza.
Ha scambiato la libertà di figlio di Dio per la schiavitù
più abietta.
Il primo segno dell'azione della grazia di Dio in lui sta nelle
parole "rientrò in se stesso". Un ritorno alla ragione
gli fa contemplare il ritorno al padre. Quando il peccatore rientra
in se stesso, ben presto rientra nella casa del Padre.
Il figlio si ricorda della generosità del padre, della sua
magnanimità, della felicità dei domestici e si rende
conto di avere sbagliato nell'affermare la propria indipendenza. La
conversione, però, non è il ricordo, nemmeno il rimorso,
e neppure il decidere di tornare indietro. La conversione comincia
dal momento del ritorno stesso: "Partì e si incamminò"
(v. 20). La conversione è troncare con la vita di peccato e
incamminarsi verso il Padre. È partire verso il perdono, verso
la misericordia, verso la salvezza del Padre. Il Padre non esclude
nessuno dalla sua misericordia, ma è il peccatore che vuole
essere indipendente da lui.
C'è abbondanza nella casa del padre, ma penuria lontano da
lui. Ciascun uomo, quando riconosce questo, si converte. L'uomo senza
Dio è in una situazione di estrema penuria, di estremo bisogno.
Anche se non lo riconosce, l'uomo senza Dio si trova sulla via larga
che porta alla perdizione, ma questo pensiero è talmente insopportabile
che viene soffocato finché la schiavitù diventi totale.
Seguire la via di Dio è seguire la via dell'abbondanza, della
misericordia, della felicità e della gioia. La strada del proprio
"io" è quella della penuria e la miseria, ora e eternamente.
A ciascuno la sua scelta. Il figlio prodigo aveva ragione quando pensò
che era assurdo morire di fame mentre a casa sua tutti erano sazi.
Perché non sedersi al tavolo abbondante del Padre che vuol
fare festa? Perché morire di fame, quando un banchetto è
a portata di mano? È pura follia. Ma come sapranno i lontani
che li aspetta un banchetto, se chi lo sa non lo dice loro?
"Ho peccato". La confessione, sebbene condizione essenziale
della conversione, non cambia la situazione. Non è sufficiente
la confessione del proprio peccato. Quante persone si pentono, ma
non si convertono. Sentono piuttosto il rimorso e rimangono in quella
situazione anziché incamminarsi verso la salvezza offerta dal
Padre! Rendersi conto della propria situazione non è sufficiente;
nemmeno dire "mi leverò" (v. 18). Non si può
stare tranquilli se non nell'abbraccio del Padre e nella sua pace
sigillata dal bacio. Che senso avrebbe avuto il rimorso del figlio
prodigo, se non avesse lasciato la sporcizia dei maiali! Non bisogna
rimanere nello stato di rimorso sentimentale, ma bisogna agire, mettersi
in cammino, ritornare. Alcuni vogliono giocherellare con la misericordia
di Dio, finché non siano sorpresi dalla sua giustizia.
Quante volte il padre avrà scrutato l'orizzonte dal giorno
in cui il figlio era partito! Quante volte è stato deluso!
Al suo ritorno la gioia è completa, non ci sono pensieri o
parole di rimprovero, solo di affetto, di gioia, di compassione, di
perdono. Tutte queste cose sono implicite nell'azione del Padre che
corre per andargli incontro. Se il figlio aveva avuto qualche paura,
qualche esitazione qualche dubbio sulla reazione del padre, questi
sentimenti ben presto spariscono quando si trova tra le sue braccia.
Il Padre vorrebbe dare a tutti i lontani il bacio della riconciliazione
e della pace, l'abbraccio dell'accoglienza. Vorrebbe togliere gli
stracci sporchi della vita passata e mettere quelli nuovi, fare festa,
e farli sentire tutti figli salvati, veramente liberi da un giogo
pesante.
La parabola è una risposta alla disapprovazione dei capi
religiosi. Sia la parabola, che il comportamento di Gesù, rivelano
che anche se il peccatore abbandona il Padre, il Padre non abbandona
lui. I farisei non potevano non capire che il padre nella parabola
era Dio stesso; che il figlio prodigo era immagine dei peccatori che
ascoltavano Cristo, il quale rende accessibile il perdono del Padre;
e non potevano non capire che il fratello maggiore era immagine di
loro, immagine dei farisei che provano invidia e disinteresse per
i lontani, sicuri e orgogliosi della propria giustizia.
|