DOMENICA DELLE PALME
QUARESIMA "C" |
LUCA 22, 14-23, 56
MEDITAZIONE
Nella prima lettura dal vangelo (Luca 19, 28-40) assistiamo all'accoglienza
di Gesù da parte della folla nel suo ingresso glorioso a Gerusalemme.
S'inizia con un senso di esaltazione e di gloria per poi passare,
alla passione e alla morte di Gesù. Si propongono dunque due
sentimenti diversi: la gioia dei discepoli per l'ingresso trionfante
di Gesù a Gerusalemme che si armonizza con altri episodi, in
cui si intravede la gloria di Cristo, ad esempio, la trasfigurazione.
Queste sono tutte anticipazioni della vittoria e della gioia finali
della risurrezione. In seguito assistiamo al cammino sulla via ardua
della passione e della sua morte, fuori delle mura di Gerusalemme.
L'assemblea conosce così la perenne tensione tra vittoria -
sconfitta - vittoria: vittoria dell'ingresso a Gerusalemme, sconfitta
sulla croce, e ancora vittoria finale della risurrezione.
Questo rappresenta il cammino del cristiano che conosce nel battesimo
la vittoria della liberazione dalla colpa e dal potere del peccato
e l'ingresso nella nuova Gerusalemme: la Chiesa, seguito dalla via
ardua del cammino nel deserto della vita; e la vittoria finale della
risurrezione. Fin dall'inizio del nostro cammino, dunque, entriamo
nella logica e nelle orme di Gesù.
Lo stesso processo si ha nella seconda lettura (Filippesi 2, 6-11)
in cui si allude a Gesù nella gloria, che passa attraverso
l'incarnazione, l'umiliazione e l'obbedienza fino alla morte per entrare,
in seguito, nella sua glorificazione alla destra del Padre.
Durante la celebrazione eucaristica siamo invitati a lasciare la
gioia per l'ingresso trionfante di Gesù a Gerusalemme, per
assistere alla sua uscita verso la morte.
Gesù sta per lasciare i suoi e istituisce l'eucaristia che
garantiva la sua presenza reale dopo la morte. È la nuova alleanza
che si sostituisce all'altra stipulata sul Sinai. È il nuovo
patto che sarà sigillato dal sangue di Cristo.
Che figura hanno fatto gli apostoli! Si misero a discutere. L' "io"
dei suoi seguaci fedeli si fa avanti, proprio quando Cristo sta dando
l'esempio della morte al proprio "io", annunciando che il
suo sangue sarà versato per loro (v. 22, 20). Si parla di tradimento
e di discussione. Viene preannunciato il tradimento di Gesù
da parte di Giuda (per i soldi, Matteo 26, 14, 15), e la sete di potere
viene a galla con la discussione di chi sarà il più
grande (22, 24-27). Questi apostoli avrebbero resistito alla tentazione
di Satana che offrì a Cristo la potenza e la gloria di questi
regni" (Luca 4, 6)? Noi avremmo saputo resistere?
Ricompaiono in questo lungo passo le principali immagini delle tentazioni
di Gesù nel deserto. Non si tratta più di un pane frutto
di un miracolo di trasformazione, ma del pane che diventa Cristo stesso,
che Satana si appresta a sconfiggere. Il potere mondano che Satana
offrì a Gesù nel deserto è stato rifiutato fedelmente
anche nel momento in cui Gesù poteva affermarsi: nell'ingresso
trionfale a Gerusalemme. A questa sete di potere al quale, però,
non sanno resistere i suoi apostoli fedeli, come si vede dalla loro
discussione. E con quanta insistenza diabolica Cristo viene invitato
a salvarsi buttandosi giù dalla croce! I capi religiosi lo
tentano: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è
il Cristo di Dio, il suo eletto" (23, 33) riecheggiano le parole
di Satana: "se tu sei il Figlio di Dio, buttati giù"
(Luca 4, 9). Lo stesso invito viene espresso anche dai soldati: "Se
tu sei il re dei Giudei, salva te stesso" (23, 37). Infine anche
uno dei malfattori si unisce a queste voci sataniche: "Non sei
tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!" (23, 39). Qui, più
che in qualunque altro momento della storia umana satana rivela la
sua identità e il suo modo di operare: è "come
leone ruggente" che "va in giro, cercando chi divorare"
(1 Pietro 5, 8). Si era impossessato di Giuda (Giovanni 6, 70; Giovanni
13, 2, Luca 22, 3), cercava di impossessarsi anche di Pietro: "Simone,
Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano"
(22, 31). Cristo non era tra le sue prede. Questo triplice invito
a buttarsi giù dalla croce per salvare se stesso, come nel
deserto, avviene in un momento di estrema vulnerabilità. Era
una tentazione che si appellava alla volontà di Gesù
e chiedeva che agisse contrariamente alla volontà del Padre.
Gesù era venuto per essere "obbediente fino alla morte,
e alla morte di croce" (Filippesi 2, 8) per salvare tutti coloro
che invocassero il suo nome (Romani 10, 13), non per salvare se stesso.
Dopo le tentazioni nel deserto si legge che "il diavolo si
allontanò da lui per ritornare al tempo fissato" (Luca
4, 13). Questa è la sua ora, è l'ora dell'impero delle
tenebre" (Luca 22, 53) il tempo fissato è arrivato. Ma
il tempo è fissato non da satana, bensì da Dio. Ed egli
è in controllo della situazione. È l'ora in cui si scatenano
tutte le forze del male contro colui che è giusto, senza colpa,
colui che è innocente e riconosciuto tale da Erode, da Pilato,
dalle donne che si battono il petto, da uno dei malfattori, il centurione,
probabilmente, anche dalla folla che osserva in silenzio.
La passione inizia di notte e finisce con l'eclisse di sole che
dura da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio. Il momento centrale
della passione avviene nelle tenebre: "il sole si eclissò
e si fece buio su tutta la terra" (Luca 23, 44). Le tenebre sono
appropriate per la manifestazione delle forze dell' "impero delle
tenebre", nell'ora dei sommi sacerdoti, capi delle guardia del
tempio e anziani: "questa è la vostra ora" (22, 53).
Tradito di notte da Giuda, rinnegato di notte da Pietro, crocefisso
nelle tenebre durante l'eclisse di sole. Cristo, il sole che sorge,
è eclissato, ma riappare dopo tre giorni in tutto il suo splendore,
liberato dal potere della morte.
Tutto, al momento, lascia capire che questa è la vittoria
di satana: "si radunarono insieme contro il tuo santo e servo
Gesù ... Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele"
(Atti 4, 27). Però, poterono fare soltanto ciò che era
"Preordinato che avvenisse" (Atti 4, 28). Nonostante tutte
le apparenze del contrario, Dio era in controllo di tutta la situazione,
proprio come abbiamo visto in tutte le vicende del popolo d'Israele,
nei passi meditati durante questa Quaresima.
A mano mano che assistiamo alle scene della passione, ciascuno può
vedere il risultato della caduta dell'uomo; il risultato del primo
atto d'indipendenza e di tutti gli atti d'indipendenza dal Padre che
noi abbiamo compiuto come figli prodighi. Assistiamo alle azioni di
satana all'ultimo tentativo disperato di mantenere il dominio sull'uomo,
di riaffermare la sua capacità di tenere Dio e l'uomo separati.
Vediamo anche, in queste scene della passione soprattutto, l'obbedienza
fino alla morte (Filippesi 2, 8) di colui che era uguale a Dio.
Gesù era uno spettacolo regale: incoronato, ma di spine,
rivestito di un mantello di lusso, da re, ma senza seguito, chiamato
Re dei Giudei, ma nello stesso tempo oggetto di scherno. In poche
parole: era uno spettacolo.
C'è un episodio, proprio all'inizio della passione, che fa
capire che Dio controllava la situazione: l'angelo che scende, mentre
Gesù prega (22, 43). Era Dio che aveva fatto delle forze del
male un pubblico spettacolo: "avendo privato della loro forza
i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro
al corteo trionfale di Cristo" (Colossesi 2, 15). In questo corteo
trionfale ci siamo anche noi: "Siano resi grazie a Dio, il quale
ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo" (2 Corinti 2, 15).
Quel corteo trionfante e glorioso, nato dal chicco di grano che muore
(Giovanni 12, 24). Quel corteo, menzionato in Baruc, che viene dall'oriente
e dall'occidente, da tutte le parti della terra perché "Dio
li riconduce in trionfo" (Baruc 5, 6). Ora, con la morte di Cristo
"Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari,
di colmare le valli e spianare la terra, perché Israele proceda
sicuro sotto la gloria di Dio" (Baruc 5, 8). Dal chicco di grano
che muore nasce un popolo nuovo, non più sotto la condanna,
ma un popolo salvato, un popolo glorioso, un popolo "ricondotto
con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia
che vengono da lui" (Baruc 5, 9).
Proprio nel momento in cui il principe del mondo riuscì ad
umiliare Cristo fino alla morte agli occhi del mondo, davanti a Dio,
fu egli stesso ad essere oggetto di scherno, di pubblico spettacolo.
Questa è la vittoria del Calvario, e noi siamo il popolo nuovo
che sta per nascere.
Cristo crocefisso: scandalo, stoltezza e debolezza secondo la logica
umana, è invece, la potenza e la sapienza di Dio. La salvezza
per mezzo della croce è il colpo da maestro di Dio contro l'orgoglio
della conoscenza nelle sue creature cadute. "La parola della
croce" è il potere di Dio che annulla la sapienza degli
uomini. La croce è talmente al di là della comprensione
dell'uomo naturale che egli deve sottomettere l'intelletto al Creatore
e accettarla solo in fede, per opera e per iniziativa di Dio, proprio
come abbiamo visto negli altri passi meditati riguardante il popolo
di Dio. Attraverso questa manifestazione di debolezza, Dio opera il
miracolo della salvezza dalla colpa e dal potere del peccato per formare
un nuovo popolo che cammina in novità di vita. Questa è
la cosa nuova che attendevamo: una grande schiera gioiosa, rivestita
della gloria di Dio perché rivestita del Signore della gloria
che è quello stesso Signore, inchiodato sulla croce, incapace
di agire: spettacolo opprobrioso. "La mia forza si manifesta
della tua debolezza". La debolezza di Dio sulla croce della vergogna
è potente ed è capace di salvare tutti coloro che invocano
il nome del Signore.
Come Pietro che seguiva "da lontano" (22, 54), come i
conoscenti che "assistevano da lontano" (23, 49), e come
le donne che osservavano (23, 49) quante persone oggi osservano e
non si lasciano coinvolgere, rimangono a guardare "da lontano".
Seguono, ma da lontano, guardano, ma da lontano per paura, paura di
immischiarci nella sorte di colui che si è compromesso, ma
a cui non osano avvicinarsi troppo per mancanza di fede, per timore
dell'impegno, per paura della conversione, per paura della morte al
proprio "io", per paura di diventare anch'essi spettacoli,
oggetti di scherno e di persecuzione, e, forse, anche per la vergogna.
Gesù ha previsto tutto questo: "chi si vergognerà
di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice,
anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà
nella gloria del Padre, suo con gli angeli santi" (Matteo 8,
38). Dal primo momento del nostro battesimo, invece, siamo stati messi
vicino, talmente vicini che ciascuno di noi è "in Cristo"
ed egli è in ciascuno di noi e il condizione di portare frutto
e raggiungere la salvezza piena e definitiva è proprio quella
di rimanere in lui (Giovanni 15, 4-11). Non ci è più
possibile essere solo "osservatori" non ci è più
possibile osservare "da lontano". Se siamo stati battezzati
siamo stati immersi nella morte di Gesù che ora celebriamo:
"O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù,
siamo stati battezzati nella sua morte"? (Romani 6, 3). Non possiamo
più creare distanze e continuare ad "osservare da lontano"
senza di nuovo rendere inutile per noi il sacrifico al quale abbiamo
assistito.
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